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| Mercoledì 7 Febbraio 2001 |
I club non
sono
responsabili
dei falsi, ma
potrebbero
esserlo i
legali
rappresentanti
di GIUSEPPE CONSOLO *
L’indagine avviata
dalla Procura della Repubblica di Udine in merito ai falsi passaporti di alcuni
noti giocatori di calcio, sembra una prova scritta per esami di avvocato in
materia di falsità.
Ma di che falso si tratta? Come ha opportunamente
sottolineato il magistrato inquirente Paolo Alessio Vernì, la risposta non può
essere unica e solo le indagini potranno fare chiarezza.
Per ora si possono
solo avanzare delle ipotesi.
Vi è stata una contraffazione di un pubblico
sigillo per apporlo su un passaporto in bianco ma vero? Allora scatta un reato
specifico, punito fino a cinque anni di reclusione; se il sigillo fosse vero ma
venisse usato a proprio profitto dal calciatore si rischierebbero «solo» tre
anni.
Se i passaporti fossero veri, ma rilasciati sulla base di false
dichiarazioni, cosa accadrebbe? Saremmo sempre in presenza di falsità in atti,
previste da un differente capo del nostro codice penale; anche queste però
punite, più o meno gravemente (sempre che vi abbia concorso o meno il pubblico
ufficiale).
Se non vi fossero queste ipotesi di falso e vi fosse, come
spesso accade, un caso di falsa dichiarazione al fine di ottenere un passaporto
«vero»? In questo caso scatterebbe l’ipotesi, anch’essa meno grave, di falsità
personale, punita fino a tre anni o in ipotesi più lieve punita fino ad un anno
di reclusione.
Senza parlare poi dell’uso di atto falso, ugualmente punito,
anche se il calciatore non abbia concorso nella falsità stessa, vale a dire
qualora il calciatore stesso si fosse limitato ad usare, anche in buona fede, il
documento falso.
Non mi sembra il caso di avanzare altre ipotesi. Un
interrogativo però, la società è comunque responsabile? Sotto il profilo della
legge penale certamente no; o meglio no come società (la responsabilità penale,
infatti, come è noto, è personale) ma la risposta sarebbe positiva per quei
legali rappresentanti che avessero concorso o comunque, consapevolmente,
avessero tratto profitto dal reato.
Sotto il profilo dell’ordinamento
sportivo, che deve sottostare sia alle proprie leggi che a quelle dello Stato,
le cose potrebbero cambiare. Non a caso, infatti, l’ufficio indagine della
Federazione è già autonomamente al lavoro.
Un bel pasticcio giuridico non
c’è che dire, a questo punto ai giudici, sportivi e statuali, l’ultima parola.
* professore associato di Istituzioni di Diritto
pubblico presso la Facoltà di Giurisprudenza della Luiss.