Allarme del Garante: intercettazioni anomalia italiana, cittadini a rischio

Pizzetti: Paese arretrato. Appello alla stampa: basta processi mediatici

di CARLO MERCURI

ROMA - L’Italia è un «Paese che vuole tutto sapere e tutto conoscere, ma nel quale è purtroppo tuttora irrisolto il cortocircuito tra le ragioni della giustizia, dell’informazione e della tutela della riservatezza». Lo ha detto il Presidente del Garante per la Privacy, Francesco Pizzetti, in apertura della sua relazione annuale al Parlamento.
Questo cortocircuito che «frammenta l’identità di ognuno in mille pezzi» ha delle cause meccaniche ben precise. Esse si chiamano, nell’ordine: intercettazioni telefoniche, raccolta delle impronte digitali, eccessiva diffusione di YouTube e dei nuovi social networks.
Il tasto su cui Pizzetti batte di più è però quello delle intercettazioni telefoniche, definite «un’anomalia tutta italiana». Spiega il Garante: «Troppo frequentemente in questi anni le informazioni raccolte durante le indagini sono state oggetto di pubblicazione e di diffusione al di fuori dei processi». Questa è l’anomalia italiana, che non trova riscontri negli altri Paesi. Pizzetti ribadisce che «questi dati, come tutti quelli giudiziari, devono essere protetti con vincoli giuridici più chiari e penetranti, e con misure tecniche adeguate». Poi, se proprio non si è compreso il messaggio, la considerazione finale: «Anche se in Italia vi fosse un’unica intercettazione, quella sola intercettazione dovrebbe essere comunque protetta e tutelata».
Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, nel suo intervento alla presentazione della relazione, non ha usato parole meno preoccupate del Garante: «Viviamo - ha detto - nella società paventata da George Orwell». Ha parlato, Fini, di una sorta di «microscopio elettronico» con il quale «qualsiasi organizzazione che disponga di mezzi tecnologici adeguati» può spiare i cittadini, i quali «lasciano tracce in quantità rilevante, utilizzando abitudinariamente carte di credito, transazioni bancarie, cellulari e personal computer». E infine ha lanciato l’allarme: «In Europa il nostro Paese è quello dove il ricorso alle intercettazioni ha numeri così elevati da assumere carattere di anormalità». Quindi l’affondo: «Siamo forse un Paese di malfattori congeniti? O piuttosto, per catturare grandi prede fa più comodo utilizzare reti a maglie molto strette invece che a maglie larghe?».
A destra come a sinistra non vi è chi non apprezzi l’analisi di Pizzetti. Con dei distinguo, naturalmente. Così, il ministro Roberto Calderoli avverte che «sono inutili le grida manzoniane: bisogna fare qualcosa di concreto, che si traduca nella certezza della pena»; Giuseppe Consolo (PdL) rileva che «tutti hanno ragione eppure il provvedimento è inspiegabilmente fermo; e Lanfranco Tenaglia (Pd) afferma che «il problema non è tanto di limitare l’utilizzo di un importante strumento d’indagine, quanto quello di tutelare la privacy dei cittadini».
L’allarme del Garante, come si diceva, non si è fermato alle intercettazioni. Pizzetti ha paventato un utilizzo dissennato delle “tecnologie del controllo” («Essere individuabili - ha detto - può essere soffocante se si ha il legittimo desiderio di vivere senza l’ansia di essere spiati da un occhio elettronico che gira nel cielo»). Ha predicato la «vigile attenzione al diffondersi di YouTube e dei nuovi social networks che consentono a milioni e milioni di persone di scambiarsi informazioni e immagini destinate a restare poi per sempre sulla Rete». Ha invitato alla «moderazione» nell’uso delle impronte digitali e dei dati biometrici perché sono «potenzialmente lesivi della dignità delle persone». Ha lamentato che «la protezione dei dati negli uffici giudiziari è ancora quasi all’anno zero» e infine ha lanciato un appello, in nome della trasparenza, agli «uomini dei media. Fermatevi e riflettete - ha detto - Ci sono troppi processi mediatici, troppa commistione tra realtà e reality».

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